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NEL TEMPO E SENZA TEMPO

La storia dei Magi tra realtà e leggenda

di Mauro Pellegrini

(apparso su Coltivare Insieme 4/2005, rivista specialistica)

 

Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». (Vangelo di Matteo 2,1b-2)

 

Botticelli – Adorazione dei Magi – National Gallery - Londra

 

La breve e significativa frase “siamo venuti per adorarlo”, che sua santità Giovanni Paolo II ha indicato come tema per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù che si svolta a Colonia in Germania lo scorso agosto (agosto 2005, ndr), ci offre lo spunto per la ri-scoperta di queste misteriore figure che appaiono in pochi, brevi, versetti all’inizio della narrazione del Vangelo di Matteo, peraltro unico evangelista che ne narra le vicissitudini in Terra Santa.

 

Partiamo proprio da Colonia: nella cattedrale della città si conservano quelle che sono ritenute le spoglie mortali dei Magi i quali, secondo il racconto del Vangelo ed una consolidata tradizione, adorarono il Bambino Gesù, episodio che il calendario liturgico cattolico romano ricorda ogni anno nel giorno dell’Epifania (dal greco “manifestazione”), il 6 gennaio.

Logo GMG Colonia 2005

 

Come sono arrivati i Magi nella tedesca ed europea Colonia?

La tradizione vuole che verso la fine del IV secolo un nobile greco di nome Eustorgio si rechi a Milano come inviato di Costantino: nella città lombarda viene acclamato vescovo grazie alle sue opere meritorie. Eustorgio torna quindi da Costantino (a Costantinopoli) per ricevere l’approvazione dell’imperatore e riceve in dono le preziose reliquie da sant’Elena, madre dell’imperatore stesso, la quale a sua volta le aveva individuate e traslate dalla Terrasanta.

Al ritorno a Milano, ancora nei pressi della città, la cassa contenente le reliquie (un sarcofago di fattura ed epoca romana) diviene pesantissimo e non più spostabile, segno che occorreva fermarsi e costruire la chiesa che prenderà poi il nome del vescovo.

Basilica di Sant’Eustorgio a Milano

 

Purtroppo la datazione è abbastanza complessa: Milano ricorda infatti ben due vescovi con il nome di Eustorgio: uno morto nel 331 e l’altro nel 518. Se prendiamo per buono l’episodio di Costantino e della madre dobbiamo necessariamente indicare il primo, ma questo apre nuovi dubbi sulla datazione dell’edificio milanese: le prime notizie certe sono infati solamente a partire dal 1336 con l’istituzione delle processioni dell’Epifania (ben dieci secoli dopo!). Possiamo asserire che il culto delle reliquie ha conosciuto periodi più o meno intensi: certo è l’interesse dei domenicani che reggono la basilica dal 1227 e che promuovono il culto anche in altre città. A tal riguardo anche Firenze viene coinvolta: nel 1390, organizzato dai domenicani di San Marco, si svolge a Firenze l’ ”Officium Stellae” ripreso da alcuni anni con la manifestazione “La Cavalcata dei Magi”.

 

Gentile da Fabriano – Uffizi - Firenze

 

Comunque nel 1336 le reliquie non erano più nel capoluogo lombardo: cos’era successo?

Milano, città ribelle all’imperatore Federico Barbarossa, non era degna di ospitare i re che erano inchinati come perfetti vassalli “al Re dei Re” e il 10 giugno 1164 il cancelliere imperiale, cappellano e consigliere, nonché arcivescovo di Colonia, Rinaldo di Dassel (altresì “Romualdo da Colonia” o anche “Reinald von Dassei”), con un avventuroso e misterioso viaggio di 43 giorni, trasla le reliquie a Colonia nella chiesa di S.Pietro che diverrà nel 1248 la bellissima cattedrale gotica che ancora oggi ammiriamo e dove sono tutt’ora custodite in una magnifica arca di argento.

Colonia, la cattedrale

 

Di questo viaggio rimangono tracce nella toponomastica dei luoghi che sono stati onorati dal passaggio: ancora oggi troviamo alberghi ed osterie chiamati “Alle tre corone”, “Alla stella”, “Al moro”, etc…

Troviamo a Trento, a Colonia ed in altre città ancora le tre lettere G.M.B. (Gaspare, Melchiorre, Baldassarre) incise sugli architarvi delle porte affinchè proteggano la casa e i loro abitanti. Affascinante è notare come “le stelle” ci indichino tutt’ora la “qualità ospitale” di una pensione o di un albergo.

Nel 1794 le armate francesi puntano su Colonia e le reliquie trovano rifugio nell’abazia di Wendinghausen, presso Annsberg. A Colonia tornano definitivamente nel 1804. Sessanta anni dopo, la ricognizione dell’urna trovera un pezzo di un’antica stoffa, probabilmente bisso e i resti umani permettono di ricostruire tre scheletri quasi completi, appartenuti a persone di differenti età.

Unico episodio posteriore degno di nota è il 29 agosto del 1903, quando il Card. Ferrari, vescovo di Milano, ottiene una parziale restituzione delle reliquie, ora conservate in una preziosa urna posta sopra l'altare “dei Magi”.

Colonia, reliquiario dei magi

 

Fin qui la storia delle reliquie, ma chi erano veramente “i Magi”?

Analizziamo anzitutto il testo del Vangelo del Matteo (di cui non conosciamo purtroppo l’originale aramaico, cosa che potrebbe farci sospettare che l’episodio sia una aggiunta posteriore al testo iniziale):

1 Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a

Gerusalemme e domandavano: 2 “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”.

Salta subito all’occhio una, apparente, contraddizione tra questo sinottico e quello di Luca (2,15-16): se da una parte si punta alla regalità del nascituro (i doni, i segni nel cielo, il lignaggio e la sapienza dei magi), dall’altra si mostra l’universalità e semplicità del messaggio rivolto ai pastori, a ogni uomo, senza preclusione di strato sociale. Se vogliamo, l’affascinante rapporto fede e ragione-scienza, entrambi profondamente autentici se vissuti con onestà e coerenza.

I due episodi non vivono però sempre “staccati”, ma alcuni apocrifi, il Diatessaron (seconda metà II secolo) prima e il Vangelo dello Pseudo-Matteo poi, riuniscono la narrazione. In quest’ultimo i magi giungono a Betlemme quando Gesù ha già due anni e può sedere in grembo a Maria.

Probabilmente l’etimologia della parola “magi” rimanda ai “màgoi”, ovvero indovini, astrologi, ministri del culto del fuoco provenienti genericamente dalla regione della Caldea. I màgoi erano anche chiamati “magusàioi” (ciarlatani) e questo ci indica quanto poco fossero presi sul serio: c’è infatti da dire che nel VI secolo a.C. i magi furono pure colpiti da una condanna del re persiano Serse in quanto esponenti del culto daivico.

I màgoi sarebbero potuti essere anche i sacerdoti (della tribù meda –Iran- dei “magù”) della religione mazdaica zurvanita che attendevano un “Saoshyant”, ovvero un “difensore-salvatore-vincitore”, figura cicliamente presente in questa antica credenza, che sarebbe dovuto nascere da una Vergine discendente da Zaratustra (Zoroastro, VII a.C.) e avrebbe portato con se la resurrezione universale e l’immortalità degli uomini. Non solo: nella scrittura sacra mazdaica (l’Avesta), il termine “maga” indica genericamente il “dono” (concreto o astratto che sia) e il sacerdote è un “magavan”, ovvero è partecipe-tramite del dono. Alcune tradizioni orientali fanno poi Zaratustra successore di Balaam, citato nella Bibbia in Numeri 24,17, la cui profezia parla di “una stella” che “sorge da Giacobbe”.

Nel coro delle possibili provenienze notiamo anche un’insospettabile Marco Polo, mercante e viaggiatore (1254-1324), che nel suo libro-diario “Il Milione” racconta: “In Persia è l[a] città ch'è chiamata Saba [Sawah, città persiana, ndr.], da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque.”

E’ probabile quindi che un minimo di imbarazzo i redattori dei Vangeli lo hanno avuto e che forse l’episodio è stato censurato sui tre sinottici di Luca, Marco e Giovanni in quanto troppo suscettibile di dubbie interpretazioni: basti ricordare tal Simone (“Simon Mago” come Dante scrive nella Divina Commedia) che chiede, nel racconto degli Atti degli Apostoli (Atti 8,18-19), di comprare col denaro il “potere” di Pietro di compiere i miracoli.

Cos’altro sappiamo di loro?

Osserviamo le più semplici statuine per il presepe: noteremo che i magi sono tre, tutti coronati, due di pelle bianca (uno anziano ed uno più giovane) ed uno di colore nero: tutti viaggiano su cammelli o dromedari.

Cosa quindi ha creato questo schema ormai consolidato e tradizionalmente accettato?

Se facciamo infatti alcune considerazioni dobbiamo allargare il nostro orizzonte di ricerca:

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Nel Vangelo di Matteo non si cita affatto la nazionalità o genìa, ma solamente una generica provenienza “da oriente”

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Non si cita il loro numero, ma solo che “gli offrono in dono oro incenso e mirra”  (Matteo 2, 11b)

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Non si cita il colore della pelle o l’età

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Non si parla dei mezzi con i quali raggiungono la Palestina romana

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Conosciamo solo (e marginalmente)  il segnale che “li chiama” alla ricerca del nuovo re, ovvero il “sorgere della sua stella” (leggasi Coltivare Insieme 04/2003) e l’episodio del tentavivo del re Erode di renderli inconsapevoli complici nella caccia per uccidere il neonato “re dei Giudei”.

 

Duomo di Pisa, porta bronzea di Bonanno Pisano, XII secolo

 

In effetti la cristianità ha avuto nel corso di questi duemila anni un bel daffare nel ricostruire, peraltro ammesso e non concesso si trattasse di un racconto simbolico, tutta una serie di dati e connotazioni che potevano riguardare i magi. Per primo il loro numero.

La prima testimonianza che formalizza ai tre ad oggi considerati è di Papa San Leone (440-461), ma per vari secoli il numero aveva oscillato da 2,3,4,6,8,12,14 fino a 15 (li troviamo spesso raffigurati nelle catacombe). Nel Vangelo Arabo dell’Infanzia, ad esempio, si afferma che fossero dodici come gli Apostoli.
Il collegamento al numero dei doni è comunque evidente, ma non è il solo. Se dal racconto evangelico si dichiarano tre precisi doni, la loro qualità (“oro, incenso e mirra”), si denotano pure altre assonanze con:

·         la SS. Trinità ovvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo

·         le tre razze umano-bibliche (semitica, cammitica e iafetica) che fanno riferimento ai figli di Noè (Sem, Cam e Jafet), sopravvissuti con il padre e le mogli al diluvio universale e progenitori dell’umanità rinnovata in tre filoni discendenti e ben distinti, simboli, a loro volta, dell’intera umanità che “si ritrova” a vegliare gesù Bambino, Figlio di Dio

·         il numero “3” in una antica dizione egizia risulta pronunciato come “khem”, elemento che, legato ai moti lunari, a sua volta rimanderebbe al significato di “rappresentazione nel concreto dell’UNO trascendente”, in altre parole “il Dio che si è fatto uomo”

·         le tre età della vita: la giovinezza, la maturità, la vecchiaia

·         i tre aspetti del tempo: passto, presente, futuro

·         i tre Stati (sociali) del mondo antico: i sacerdoti, i guerrieri, i produttori

·         le tre fasi del giorno: alba, meriggio, tramonto

·         i colori delle tre fasi alchemiche: albedo, rubedo, nigredo

·         i tre maggiori corpi astrali: sole, luna, stelle

·         le dimensioni della persona del Cristo: Dio, Re, Uomo

·         i tre continenti del mondo antico: Europa, Asia, Africa

Conosciamo anche i loro nomi o meglio “tanti” loro nomi: il Vangelo Armeno dell’Infanzia li chiama Melkon, re dei persiani, Gaspare, re dell’India, Baldassarre, re degli arabi; la Caverna dei tesori invece parla di Hormo di Ramhodri, re di Persia, Azdayr, re di Saba, Porzdan, re di Saba dell’Oriente; nella Cronaca dello Pseudo-Dionigi abbiamo ancora Zaharwandad, Hormizd, Anshatazp, Arshak, Zarwand, Arihò, Artahshishat, Mihruq, Ahshirash, Nasardih e Merodak; nel trattato chiamato Florilegio dello Pseudo Beda troviamo i più familiari Melchiorre, Gaspare e Baldassarre ed infine nel Commentario di Frisinga abbiamo i loro nomi in ebraico (Magalot, Galgaloth, Saracim), in greco (Damasco, Epoleo, Sereno) ed in latino (Innocente, Misericordioso, Fedele). Nel Commento al Vangelo di Matteo troviamo persino una non ben precisata folla di pellegrini, capeggiata da Melco, Caspare e Fadizarda.

Possiamo quindi curiosare su ulteriori dettagli sul segnale che li guida: nella Caverna dei tesori nella stella “c’era un giovane che portava un bambino […] che aveva una corona posata sulla testa”; nella Storia Siriaca della Madonna un Guardiano (un angelo) si manifestò ai persiani sotto forma di stella. Anche qui c’è una interessante variante: nel Vangelo Armeno dell’infanzia si racconta che i Magi, dialogando con Erode, spiegano che il loro popolo era a conoscenza della venuta del Re dei Re in quanto avevano ricevuto una lettera profetica che gli era giunta tramandata fin da Adamo, a sua volta consegnatagli da Dio stesso.

Affascinante è anche considerare la durata del viaggio: sempre nel Vangelo Armeno dell’infanzia si racconta che i dodici magi, con al seguito 12.000 uomini, impiegano ben 9 mesi per giungere a Gerusalemme (il 9 gennaio, dal momento che pone la nascita il 6 gennaio) mentre nella Storia Siriaca della Madonna i tre magi con al seguito 9 uomini impiegano poche ore (dalla Persia) in quanto trasportati da un angelo. Non è detto che i Magi fossero partiti insieme: nei pressi della piana di Refaim, troviamo una cisterna che è chiamata dagli arabi Bir el-Qadismu (Pozzo dei Magi) perché qui è dove si sarebbero incontrati e conosciuti per poi raggiungere la casa di Giuseppe e Maria.

 

Pontormo, Galleria Palatina

 

Cosa è accaduto “dopo”?

Il Vangelo di Matteo (2,12) ci racconta che, “Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.” L’esegesi cristiana ha intepretato in genere questa cosa come un segno di conversione a Cristo e del desiderio di evitare il male, simboleggiato, appunto, da Erode.

Marco Polo che ci racconta il ritorno in patria: “Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere quello che 'l fanciullo avea donato loro. Aperso[r]o lo bossolo e quivi trovaro una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la fede ch'aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch'aveano fatto; e presero di quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa.”

La Storia Siriaca della Madonna ci riferisce che Maria dona loro una delle fasce di Gesù che, al loro ritorno in patria, viene bruciata in una festa del fuoco, del quale i Magi erano adoratori. La fascia rimane miracolosamente intatta.

L’Opera Incompleta su Matteo aggiunge che, dopo la Resurrezione, furono raggiunti e battezzati dall’apostolo Tommaso. C'è chi li fa persino consacrati vescovi e martiri nel I° secolo dell'era cristiana. Lucio Dexter, nella sua Chronica, propone che il martirio dei Magi sia avvenuto nell'anno 70 d.C.

Ancora Marco Polo ci suggerisce la loro prima sepoltura: “In quella città [Sawah, ndr.], son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co' capegli[…]”.

La nostra ricostruzione quindi ci porta anche a valutarne l’aspetto fisico: se già abbiamo citato le tre diverse età della vita (che nei vari testi citati sono abbinati in modo diseguale rispetto ai nomi) possiamo raccontarne in dettaglio il modo di vestire. Nei primi affreschi catacombali sono rivestiti dal costume classico dei persiani: una tunica corta stretta ai fianchi da una cintura su cui poggia, buttato all’indietro, un mantello; pantaloni chiamati saraballe; berretto frigio o pileo. Il Vangelo degli Ebrei racconta che hanno ampie vesti di colore rosso scuro, cappelli a punta, ai piedi hanno babbucce persiane. Lo Pesudo Beda è ancor più dettagliato: Melchiorre, il più anziano, ha una tunica verdognola ed un mantello giallo, Gaspare, giovane e senza barba, ha una tunica gialla ed un mantello rosso con calzature verdognole, Baldassarre, pelle olivastra e folta barba, ha una tunica rossa ed un mantello bianco.

Secondo una antica catechesi celtica i colori ci ammaestrano in quanto il bianco indica la castità, il giallo il martirio “pallido” (ascesi e penitenza) ed il rosso il martirio, appunto, rosso (effusione del sangue).

Altro elemento familiare al loro presentarsi è la corona regale, ma la tradizione di rappresentarli come re è relativamente recente. Prima del VI° secolo infatti, nessun autore afferma espressamente che lo fossero. Il primo in tal senso è San Cesareo di Arlés (470-543) in un sermone falsamente attribuito a San Agostino. L'arte invece li rappresenterà in questo modo solo dal  secolo VIII°.

I doni che i Magi portano al Re dei Re sono, secondo il Vangelo di Matteo “oro, incenso e mirra”, ma anche qui troviamo varianti.
Il Vangelo Armeno dell’infanzia amplia (e non di poco) la varietà dei doni: Gaspare porta con se nardo prezioso, cannella, cinnamomo, incenso ed altri aromi, Baldassarre offre oro, argento, piere preziose, parle e zaffiri, infine Melkon ha con se mirra, aloe, mussola, porpora e rotoli di lino. Al di là della loro qualità, i doni hanno un’ interpretazione morale: - oro per la Sua umanità, mirra come segno della Sua morte, incenso come si presta ad una divinità - oppure - oro come ad un re, incenso come a Dio e mirra come profumo per la sepoltura - oppure ancora - oro come destinataria di adorazione, mirra ed incenso per manifestare il medico che avrebbe guarito la ferita di Adamo (Commentario al Diatessaron)-. Gregorio Magno invece vede nell’oro la sapienza, nell’incenso la virtù della preghiera e con la mirra la mortificazione della carne. Fuori da questo schema troviamo interessante considerare la parola “oro” (“zahabh” in ebraico e “debabh” in aramaico) che proprio dalla traduzione aramaica indica non necessariamente il metallo prezioso, ma anche un profumo (un aroma di colore scuro). Ad ogni modo è evidente il simbolismo cristologico legato alla natura divina ed alla missione del Cristo stesso (morte e resurrezione).

 

Ghirlandaio, Spedale degli Innocenti

 

Se vogliamo è proprio questo il messaggio che si trasmette da due millenni con la vicenda di questi personaggi: da una parte quello di essere la “primitiva gentium” che intuisce-riconosce la straordinaria venuta del Figlio di Dio, dall’altra l’essere un’ immagine dell’umanità tutta, vecchi e giovani, passato e presente: l’umanità chiamata a riconoscere nel Bambino Gesù, allora come oggi, il Re dei Re venuto tra gli uomini.

E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti.” Michea 5,1

 

Colonia, reliquiario dei magi, dettaglio

 

Mauro Pellegrini

Fonti citate:

Bibbia – Edizione “Bibbia di Gerusalemme”

Pseudo Beda, Florilegio – Composto in latino metà del VIII secolo

Caverna dei tesori – Apocrifo siriaco composto tra il III ed il IV secolo

Commentario di Frisinga sul Vangelo di Matteo – Composto in latino verso il X secolo

Opera incompleta su Matteo – Commentario in latino fine del V secolo

Protovangelo di Giacomo – Apocrifo ultimo quarto del II secolo

Storia Siriaca della Madonna – Compilazione medievale

Vangelo Arabo dell’Infanzia – Apocrifo che adatta e traduce la Storia Siriaca della Madonna

Vangelo Armeno dell’Infanzia – Compilazione del XII secolo

Vangelo dello Pseudo-Matteo – Rifacimento del VI-VII secolo del Protovangelo di Giacomo  

 

 

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